
È notizia di pochi giorni fa il rifiuto del Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP) dell’European Medicines Agency (EMA) all’autorizzazione all’immissione in commercio dell’anticorpo monoclonale lecanemab, indicato – e approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) – per il trattamento della Malattia di Alzheimer. Si tratta della seconda risposta di questo tipo da parte dell’ente regolatorio europeo, che aveva già negato l’autorizzazione a un altro farmaco appartenente alla stessa classe farmacologica e approvato dall’FDA: aducanemab.
Nello scenario del trattamento della Malattia di Alzheimer, tuttavia, gli anticorpi monoclonali non sono gli unici candidati in fase di valutazione. Sono stati presentati oggi all’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC 2024), meeting annuale dell’Alzheimer’s Association in corso in questi giorni a Philadephia, i risultati di uno studio di fase 2b che ha indagato l’impiego in questo setting di un agonista del recettore GLP-1 (GLP-1 RA): liraglutide.
Gli agonisti del recettore GLP-1 nascono come farmaci per il trattamento del diabete, ma si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento di altre patologie, come ad esempio l’obesità e lo scompenso cardiaco. Alcuni studi su modelli animali hanno poi suggerito un possibile effetto neuroprotettivo nell’ambito della Malattia di Alzheimer, riducendo le forme precoci di amiloide, normalizzando il metabolismo del glucosio a livello cerebrale e migliorando le capacità mnemoniche e l’apprendimento.
Lo studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo ELAD (“Evaluating the Effects of the Novel GLP-1 Analogue Liraglutide in Alzheimer’s Disease) ha indagato l’efficacia di liraglutide su 204 pazienti con Malattia di Alzheimer lieve provenienti 24 cliniche nel Regno Unito, randomizzati per ricevere un’iniezione sottocutanea giornaliera per un anno dell’agonista del recettore di GLP-1 (fino a 1,8 mg) (n=102) o un placebo (n=102).
Prima dell’inizio dello studio, tutti i soggetti sono stati sottoposti a una risonanza magnetica per analizzare la struttura e il volume cerebrale, a scansioni PET per valutare il metabolismo del glucosio e a test di memoria. Tutti gli esami sono stati poi ripetuti alla fine dello studio.
L’endpoint primario dello studio, costituito dalle variazioni a livello del tasso metabolico del glucosio cerebrale nelle regioni dell’ippocampo, del lobo temporale mediale e del cingolo posteriore, non è stato raggiunto. Al contrario, il trattamento con liraglutide è risultato associato a un effetto positivo in merito a un endpoint esplorativo relativo ai cambiamenti a livello del volume cerebrale.
I soggetti trattati con liraglutide sono infatti andati incontro a una minore perdita di volume in diverse aree del cervello, tra cui i lobi frontale, temporale, parietale e la materia grigia totale, come dimostrato dall’esame di risonanza magnetica.
Per quanto riguarda la sicurezza del trattamento, i problemi gastrointestinali come la nausea sono stati gli effetti collaterali più comuni, rappresentando il 25,5% di tutti gli eventi avversi nel gruppo liraglutide. Eventi avversi gravi si sono verificati in 18 partecipanti (17,6%) nel braccio placebo e 7 (6,9%) nel gruppo liraglutide, verosimilmente non associati al trattamento – secondo gli autori dello studio.
In conclusione, i risultati dello studio ELAD mostrano come l’impiego di liraglutide per il trattamento dei pazienti con Malattia di Alzheimer potrebbe associarsi a degli effetti positivi in questo setting, come dimostrato dalla minor perdita di volume cerebrale rispetto ai soggetti trattati con placebo. Tuttavia, va sottolineato che l’endpoint primario dello studio non è stato raggiunto, a suggerire una scarsa efficacia del trattamento in termini di effetto sul metabolismo del glucosio cerebrale.
Lo studio ELAD, tuttavia, non è l’unico che sta indagando l’impiego degli agonisti del recettore GLP-1 per il trattamento della Malattia di Alzheimer. Il trial EVOKE Plus, ad esempio, è uno studio clinico di 3 anni che sta indagando l’efficacia di semaglutide su oltre 1.800 persone con malattia di Alzheimer precoce.





