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Dovremmo tutti conoscere, e allenare, il nostro cervello

Intervista a Paolo Bartolomeo By 24 Giugno 2024No Comments
Interviste
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Anche se negli ultimi anni le neuroscienze cognitive hanno compiuto progressi sorprendenti, il cervello umano rimane un oggetto in parte misterioso. Quello che abbiamo scoperto e compreso fino a oggi, tuttavia, ha già permesso di ottenere risultati importanti in termini clinici e di prevenzione delle patologie neurologiche. Molte di queste evidenze sono riassunte nel libro Ultime notizie dal cervello (Il Pensiero Scientifico Editore), scritto da Paolo Bartolomeo, neuroscienziato, neurologo clinico e direttore di ricerca presso l’Institut national de la santé et de la recherche médicale (INSERM) di Parigi. Scritto con un linguaggio semplice e chiaro, il libro descrive infatti lo stato attuale delle conoscenze sul cervello, dalle scoperte di Paul Broca alle ultime rivelazioni nel campo delle neuroimmagini e dell’analisi comportamentale. Abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Il suo libro ha il pregio di trattare argomenti molto complessi in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Crede che sarebbe utile se tutti avessero almeno un’idea di base del funzionamento del cervello?

Certamente, sapere certe cose può fare la differenza. Quello che emerge da molti studi, ad esempio, è che il cervello funziona un po’ come un muscolo: bisogna esercitarlo per mantenerlo in buona salute. Ci sono studi che mostrano che attività come imparare una lingua o a suonare uno strumento musicale sono benefiche e producono delle modifiche anche a livello strutturale. Inoltre, permettono di tenere più a lungo sotto controllo i deficit che arrivano inevitabilmente con l’invecchiamento. L’esercizio cognitivo sembra infatti aumentare la cosiddetta riserva cognitiva, cioè la capacità che ha il nostro cervello di compensare i danni dovuti all’invecchiamento fisiologico e patologico, come nel caso delle demenze.

Avere un certo grado di consapevolezza sulla salute cerebrale permette inoltre di difendersi dalle molte informazioni false o inaccurate che circolano in rete (e non solo). Quali sono i falsi miti più diffusi sul funzionamento del cervello?

Alcune idee sbagliate, nate in clima New Age ma tuttora persistenti, riguardano le asimmetrie funzionali tra gli emisferi cerebrali. Tali asimmetrie esistono, una fra tutte la nota dominanza emisferica sinistra per il linguaggio nella maggior parte delle persone. Ma non ha fondamento l’idea che l’emisfero destro sarebbe deputato alla creatività e quello sinistro al ragionamento logico. Il modo in cui queste nozioni sono raccontate su internet è a volte caricaturale. Non è vero che l’emisfero destro è creativo e quello sinistro logico: per essere creativi c’è bisogno di tutti e due gli emisferi.

Negli ultimi decenni le tecniche di neuroimaging hanno permesso di aumentare notevolmente le nostre conoscenze sul funzionamento del cervello. Quali sono i principali vantaggi e limiti di queste metodiche?

Prima dell’arrivo delle neuroimmagini potevamo studiare solo pazienti con lesione cerebrale, la cui localizzazione si poteva accertare solo attraverso l’esame autoptico. Oggi, grazie all’imaging, possiamo fare studi funzionali in vivo. Negli ultimi decenni c’è stata un’esplosione di queste tecniche, le quali permettono una localizzazione spaziale e temporale molto precisa. D’altro canto, però, i dati che emergono da questi esami non hanno la validità causale che hanno quelli relativi alle lesioni cerebrali.

Perché?

Perché se un paziente con un deficit cognitivo ha una lesione che interessa una certa rete, un certo circuito, si può concludere che quel circuito è coinvolto in quell’abilità cognitiva. Se invece un circuito risulta attivo in un esame di neuroimaging mentre il soggetto fa un certo compito, questo indica che quel circuito potrebbe essere coinvolto ma non ci dice se quella attivazione è determinante per quell’abilità cognitiva, perché potrebbe trattarsi di un epifenomeno. Quindi lo studio dei pazienti, sebbene ormai quasi scomparso dalla letteratura delle neuroscienze cognitive, rimane fondamentale. Paradossalmente questo è ancora più vero oggi che sono disponibili le neuroimmagini, le quali permettono appunto di localizzare con grande precisione le lesioni, ad esempio in pazienti con ictus o patologie neurodegenerative.

Uno dei limiti della riabilitazione neuropsicologica riguarda la scarsa capacità di estendere gli effetti che si ottengono in ambito clinico alla vita quotidiana. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti in questo senso?

Purtroppo è un problema ancora presente. Tuttavia oggi, grazie agli avanzamenti tecnologici, si stanno sviluppando test ed esercizi computerizzati che il paziente può eseguire anche a casa propria, in un ambiente più ecologico rispetto al laboratorio. Alcune di queste metodiche sfruttano la realtà virtuale e gli oggetti connessi. Si tratta di tecniche ancora poco diffuse, ma credo offrano la speranza di poter valutare il paziente, ed eventualmente intervenire e fare riabilitazione, anche al di fuori dell’ospedale o del laboratorio di neuropsicologia.

Anche l’intelligenza artificiale potrebbe avere un ruolo nello studio dei disturbi neurologici e neuropsicologici?

Personalmente trovo utilissimi i large language models, come ChatGPT, e li uso per correggere la forma di frasi in inglese o francese. Presentano però evidenti limiti dal punto di vista dei contenuti. Una delle cose che si nota subito, ad esempio, è che questi modelli tendono a produrre risposte anche se non dispongono di informazioni affidabili. È quindi importante comprendere come funzionano: aggiungendo le parole che risultano statisticamente più probabili sulla base degli enormi database su cui sono stati addestrati. Questi modelli mi ricordano un po’ un test neuropsicologico che si utilizza per mettere in evidenza i disturbi delle regioni frontali del cervello, nell’ambito del quale si chiede al paziente di completare una frase evitando la parola più ovvia. I pazienti frontali falliscono a questo test perché incapaci di inibire gli automatismi che fanno pronunciare loro la parola più probabile. Ecco, a volte ho la sensazione che ChatGPT si comporti un po’ come un paziente con lesione frontale.

Intervista a cura di Fabio Ambrosino