La salute cerebrale non è un attributo statico né un destino inevitabilmente guidato dall’età. È un equilibrio dinamico, costruito dalla biografia individuale, dalle condizioni ambientali, dagli stili di vita e da un complesso intreccio di fattori biologici. In occasione dell’ultimo congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia, Gianluigi Forloni, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, ha tenuto una lettura in cui ha evidenziato come, accanto a fattori non modificabili quali età e assetto genetico, esista una quota significativa di rischio per decadimento cognitivo e demenza che può essere ridotta. La letteratura internazionale indica che fino al 40–45% del rischio potrebbe essere prevenibile attraverso interventi sullo stile di vita, in particolare attività fisica, controllo vascolare, stimolazione cognitiva e qualità del sonno. Anche le condizioni socio-economiche e l’esposizione ambientale stanno emergendo come determinanti rilevanti, oggetto di progetti di ricerca dedicati per comprenderne l’impatto a livello individuale.
Il filo conduttore della relazione di Forloni è stato però il ruolo cruciale dell’infiammazione sistemica e cerebrale, con particolare attenzione ai processi di microgliosi, astrogliosi e immunosenescenza. L’inflammaging, ovvero l’infiammazione cronica a basso grado che si accompagna all’invecchiamento, rappresenta un nodo patogenetico condiviso tra diverse malattie neurodegenerative, contribuendo a facilitare deposizione amiloide, fosforilazione tau e perdita sinaptica. La fragilità emerge come indicatore clinico e biologico di vulnerabilità neurologica, con biomarcatori semplici come l’acido urico che possono contribuire all’identificazione precoce dei soggetti a rischio. Rilevanti anche le differenze tra i sessi: dati di imaging e modelli sperimentali mostrano un differente profilo di neuroinfiammazione e degenerazione tra uomini e donne, in linea con la maggiore prevalenza femminile dell’Alzheimer.
Ampio spazio è stato dedicato ai risultati preclinici che mostrano l’interazione tra infiammazione periferica e vulnerabilità cerebrale. In modelli murini, un attacco infiammatorio sistemico amplifica il danno cognitivo da oligomeri amiloidi e alfa-sinucleina, mentre alcuni anti-infiammatori selettivi riescono a preservare la memoria, anche senza ridurre la deposizione di placche, suggerendo un duplice meccanismo tra immunomodulazione e interferenza con specie tossiche solubili. È stato inoltre discusso il ruolo emergente del microbiota intestinale: nonostante la predominanza di revisioni rispetto a studi sperimentali, cresce l’evidenza di un legame tra composizione microbica, metabolismo, infiammazione e resilienza cognitiva. Il microbiota dei centenari, simile a quello dei giovani, e i dati neuropatologici che mostrano nei grandi longevi una sorprendente preservazione cerebrale, indicano un modello biologico di invecchiamento di successo.
Sul piano terapeutico, Forloni ha ricordato che, oltre agli interventi mirati contro i bersagli patologici (come gli anticorpi monoclonale anti-amiloide), è essenziale agire sui determinanti sistemici della salute cerebrale. In questo contesto si inseriscono gli agonisti GLP-1, associati epidemiologicamente a una riduzione del rischio di demenza in pazienti diabetici e obesi, con un possibile meccanismo mediato dall’azione antinfiammatoria pur in assenza di un chiaro passaggio diretto della barriera emato-encefalica. La direzione futura della cura, secondo Forloni, risiede nella medicina di precisione: selezionare i pazienti in base a biomarcatori di infiammazione e neurodegenerazione permette di massimizzare la risposta terapeutica e di progettare combinazioni farmacologiche mirate.
In conclusione, preservare la salute cerebrale significa riconoscere tempestivamente i segnali biologici dell’invecchiamento, intervenire sui fattori modificabili e integrare approcci che considerino l’individuo nella sua complessità biologica, clinica e ambientale. La brain health non è soltanto prevenzione: è un modello operativo per guidare scelte diagnostiche e terapeutiche in una fase di transizione verso un neurosistema realmente predittivo, personalizzato e preventivo.





