Nel dibattito attuale sulla sclerosi multipla c’è un termine che ricorre sempre più spesso: progressione silente. Non si tratta di un concetto astratto, ma della nuova frontiera clinica che emerge quando le ricadute diminuiscono grazie ai farmaci ad alta efficacia e ciò che resta è un lento logoramento della funzione, difficile da misurare ma evidente nella vita quotidiana dei pazienti. All’ultimo Congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia (SIN 2025), a Padova, questo tema è stato al centro del simposio “Sintomi invisibili, impatti reali: la progressione in sclerosi multipla”, moderato da Massimo Filippi (Università Vita-SaluteSan Raffaele) e Paola Perini (Università di Padova).
L’idea di fondo, come ci ha spiegato Perini, è semplice quanto dirompente: la sclerosi multipla non è solo un’alternanza di infiammazioni acute e remissioni. È, soprattutto, una malattia del network, in cui l’infiammazione smoldering e la disconnessione progressiva tra aree cerebrali compromettono funzioni motorie, cognitive ed emotive, ben prima che l’EDSS salga o che la risonanza magnetica mostri nuove lesioni. La visione classica basata su relapse e captazioni di gadolinio non basta più: serve un cambio di paradigma.
La prima prospettiva emersa durante il simposio, trattata da Massimiliano Di Filippo (Università degli Studi di Perugia) è quella biologica. Oggi sappiamo che, accanto alle lesioni infiammatorie acute, esiste una quota di lesioni “smoldering” che rimangono cronicamente attive, circondate da microglia reattiva e linfociti B nelle meningi. Questa attività invisibile ai marker convenzionali alimenta una perdita progressiva di sinapsi e fibre, erode la plasticità cerebrale e altera la capacità dei circuiti di compensare. In altre parole, la sclerosi multipla logora il cervello anche quando non “si vede”, e lo fa a più livelli: dalla corteccia alle vie profonde, fino ai network che sostengono umore, memoria e velocità di processamento. È una neurodegenerazione mossa dall’infiammazione, che richiede bersagli terapeutici specifici e un timing precoce.
Il secondo contributo, a cura di Gerola Marfia (Università degli Studi di Roma Tor Vergata) si è invece concentrato sulla clinica. Se la sclerosi multipla è un continuum, allora la progressione non è un’esclusiva delle fasi avanzate: può iniziare presto, anche quando il paziente appare stabile e libero da ricadute. Ma come intercettarla? Non basta misurare il cammino o contare le ricadute: bisogna ascoltare ciò che spesso resta sotto traccia. Stanchezza che cresce, calo della multitasking ability, più pause durante una camminata, disturbi urinari, cambiamenti dell’umore, una fatica che non è più “la solita”. Strumenti digitali di autovalutazione, compositi multidimensionali e monitoraggio routinario della funzione cognitiva stanno diventando fondamentali quanto l’RM. La ricerca punta verso strumenti rapidi, ripetibili, capaci di “accendere una spia” in cartella clinica prima che la scala di disabilità cambi.
Nel terzo intervento, Emanuele D’Amico (Università Di Foggia) ha ridisegnato l’approccio terapeutico. Oggi la domanda non è più “trattiamo per prevenire le ricadute o per prevenire la disabilità?”: è una falsa alternativa. Il vero obiettivo è intervenire prima che la progressione diventi evidente, agendo non solo sulla componente infiammatoria adattativa, ma anche sull’infiammazione residente e sulla disfunzione microgliale. È un approccio multilivello che include scelta precoce della terapia più adeguata, uso intelligente di biomarcatori, monitoraggio digitale e un ruolo più attivo del paziente — non più spettatore della propria storia clinica, ma coosservatore del proprio funzionamento quotidiano.
Il messaggio che arriva da Padova è netto: la sclerosi multipla va anticipata, non rincorsa. Le ricadute restano importanti, ma non sono più l’unico segnale a cui affidarsi (anche nei trial clinici, come ci ha spiegato Filippi). L’era della “neurologia predittiva” richiede curiosità clinica, strumenti agili e una cultura condivisa della progressione silente. Vedere l’invisibile è ormai parte del lavoro: perché quando la disabilità diventa evidente, gran parte del danno è già accaduto.
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