L’identificazione precoce della progressione nella sclerosi multipla resta una sfida centrale per la pratica clinica. I parametri tradizionali – spesso centrati sul solo aspetto motorio – risultano insufficienti a cogliere i segni iniziali della degenerazione, mentre alcuni sintomi rilevanti per il paziente, come la fatigue, i disturbi cognitivi o la disfagia restano ancora difficili da quantificare e monitorare nel tempo.
In questa intervista Pietro Annovazzi (ASST Valle Olona, Gallarate), Marta Radaelli (ASST Papa Giovanni XXIII) e Antonio Gallo (Università degli Studi della Campania “L. Vanvitelli”) esplorano le possibilità di miglioramento sia sul piano strumentale sia su quello clinico-osservazionale. Accanto all’imaging, crescono le attese per l’impiego clinico di biomarcatori come i neurofilamenti o la GFAP. In attesa di queste innovazioni, il colloquio clinico resta uno strumento essenziale: chiedere, ascoltare e quantificare i sintomi invisibili può fare la differenza nell’intercettare una progressione che oggi spesso resta silente.





