
Un semplice prelievo di sangue potrebbe contribuire a stimare il rischio di declino cognitivo legato alla malattia di Alzheimer molti anni prima della comparsa dei sintomi. È quanto emerge da uno studio presentato all’Alzheimer’s Association International Conference 2026 (AAIC 2026) – tenutasi a Londra dal 12 al 16 luglio – coordinato da Rachel F. Buckley della Harvard Medical School e del Mass General Brigham Neuroscience Institute. Il lavoro amplia il possibile impiego clinico della p-tau217 plasmatica, biomarcatore già strettamente associato alla patologia amiloide e tau, valutandone non solo il valore diagnostico, ma anche quello prognostico negli anziani cognitivamente integri.
L’analisi ha riunito i dati armonizzati di 2.705 partecipanti provenienti da cinque programmi longitudinali, con età media di 70 anni e una prevalenza femminile del 63%. Tutti erano privi di deficit cognitivi al momento del primo dosaggio di p-tau217 e sono stati seguiti in media per 4,7 anni, fino a un massimo di oltre 13 anni. I ricercatori hanno valutato l’andamento cognitivo mediante il PACC armonizzato e hanno utilizzato modelli di Cox per stimare il tempo alla comparsa di deterioramento cognitivo lieve, demenza o punteggi CDR pari o superiori a 0,5 in due visite consecutive, correggendo per età, sesso, istruzione e stato APOE ε4. In analisi aggiuntive è stato incluso anche il carico amiloide misurato con PET.
Livelli più elevati di p-tau217 sono risultati associati a un declino cognitivo più rapido e a un aumento del rischio di progressione clinica. Ogni incremento di una deviazione standard del biomarcatore corrispondeva a un aumento del 38% dell’hazard di deterioramento, associazione che rimaneva significativa anche dopo l’aggiustamento per la PET amiloide. Nei soggetti con valori molto elevati, il rischio stimato di compromissione cognitiva raggiungeva circa il 38% a cinque anni e superava il 60% a dieci anni, con stime aggiornate fino al 78% nel lungo periodo.
Sul piano clinico, la p-tau217 potrebbe diventare uno strumento utile per selezionare soggetti asintomatici da includere negli studi di prevenzione e, in prospettiva, per personalizzare monitoraggio e counseling. Il test non è però sufficiente, da solo, a definire il rischio individuale: funzione renale, obesità, età, genetica e appartenenza etnica possono influenzarne i livelli. Servono quindi soglie validate, coorti più diversificate e follow-up più lunghi prima di un impiego routinario. Il principale messaggio dello studio è che la fase biologicamente silente dell’Alzheimer potrebbe diventare misurabile con maggiore precisione, aprendo la strada a interventi più precoci, purché il biomarcatore venga integrato con dati clinici, genetici e di neuroimaging.





