Come incidono le abitudini del sonno delle donne anziane sul rischio di demenza?

A cura di Andrea Calignano By 9 Aprile 2025No Comments
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L’aumento della sonnolenza nelle donne ottantenni sarebbe associato a un raddoppio del rischio di demenza, rispetto alle loro coetanee che hanno ritmi di sonno stabili. In uno studio pubblicato di recente su Neurology, Sasha Milton della University of California e colleghi hanno analizzato il legame tra alterazioni del sonno e rischio di demenza in una coorte composta da 733 donne (età media 82,5 anni), cognitivamente inalterate al baseline (1).

L’editoriale di accompagnamento di Marino Muxfeldt Bianchin e Eduardo Rigon Zimmer, Hospital de Clínicas de Porto Alegre (Porto Alegre, Brasile), inizia citando il romanzo Cent’anni di solitudine, nel quale l’autore Gabiel Garcia Márquez racconta la “peste dell’insonnia” che priva della memoria gli abitanti di Macondo. Ma l’insonnia può davvero causare la demenza? (2)

Utilizzando i dati dello Study of Osteoporotic Fractures, i ricercatori hanno monitorato l’associazione tra schemi di sonno e il rischio di demenza. Con l’ausilio dell’actigrafia, Milton e colleghi hanno monitorato i ritmi sonno-veglia per cinque anni, identificando tre distinti pattern: sonno stabile (321 partecipanti, il 43,8%), sonno notturno in calo (256, il 34,9%) e aumento della sonnolenza (156, il 21,3%).

L’outcome primario era lo stato cognitivo, valutato al follow-up mediante test neuropsicologici tra cui il Modified Mini-Mental State Examination, il California Verbal Learning Test (seconda edizione) e il Trail Making Test Part B. Dopo aver aggiustato per covariate come età, comorbidità e stato dell’allele APOE-ε4, alle donne con un aumento della sonnolenza nelle 24 ore è stato associato un rischio di demenza più che doppio rispetto alle donne con sonno stabile (odds ratio [OR], 2,21; 95% CI, 1,14-4,26).

L’associazione con la demenza era attenuata nelle donne con sonno notturno in calo e non sono state trovate associazioni significative tra il rischio di demenza e il tempo totale di sonno e i parametri del ritmo circadiano di riposo-attività. Allo stesso modo, non sono state trovate associazioni tra il rischio di deterioramento congitivo lieve (MCI) e i profili di variazione sonno-veglia o qualsiasi parametro individuale.

Secondo gli autori dell’editoriale, lo studio si distingue per l’uso di metodi oggettivi, un disegno longitudinale solido e il controllo delle comorbilità. Tuttavia, l’assenza di biomarcatori e esami di imaging potrebbe aver limitato l’attribuzione eziopatogenetica della demenza. Inoltre, è stato sottolineato come le valutazioni siano state condotte solo all’inizio e alla fine dello studio, oltre alla bassa rappresentatività del campione (solo donne, in maggioranza di un’unica etnia).

Come riportato nel comunicato stampa che ha presentato lo studio, non è noto se il peggioramento del sonno aumenti il rischio di demenza o se la demenza porti a un peggioramento del sonno: alcuni scienziati ritengono che entrambe le teorie possano essere corrette. Tuttavia, Bianchin e Zimmer concludono l’editoriale sottolineando come sia ormai tempo di riconoscere l’impatto dei disturbi del sonno sulla demenza, poiché il sonno non è solo un periodo di riposo ma la base del benessere cognitivo.

Bibliografia

1. Milton S, Cavaillès C, Ancoli-Israel S et al. Five-year changes in 24-hour sleep-wake activity and dementia risk in oldest old women. Neurology (2025); 104(8):e213403.

2. Bianchin MM, Zimmer ER. Wake-Up Call. The Association Between Sleep Disturbances and Dementia. Neurology (2025); 104(8):e213516.