Demenza: dallo studio Interceptor un modello predittivo per la diagnosi precoce

Redazione By 18 Febbraio 2025No Comments
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Si è tenuta ieri presso l’aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità la presentazione dei risultati dello studio Interceptor, un importante progetto di ricerca focalizzato sulla conversione dalla condizione di deterioramento cognitivo lieve (MCI) a demenza. Lo studio, coordinato dall’Irccs Policlinico universitario Gemelli di Roma e dall’Irccs San Raffaele e promosso dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e dal Ministero della Salute, ha approfondito il ruolo dei biomarcatori nell’identificazione dei pazienti MCI a rischio di progressione e quindi candidati all’utilizzo di farmaci potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della malattia.

Interceptor ha coinvolto un campione di 351 pazienti con diagnosi di MCI, arruolati presso 19 centri clinici diffusi in tutto il territorio nazionale. I partecipanti sono stati sottoposti a una valutazione neuropsicologica, a esami di neuroimaging, a test genetico per APOE e4 e all’analisi del liquido cerebrospinale per la misurazione dei livelli di beta-amiloide, tau totale e tau fosforilata. L’obiettivo principale dello studio era valutare la capacità predittiva di questi biomarcatori, singolarmente e in combinazione, nel predire la progressione a demenza.

Durante il follow-up, questa progressione si è verificata nel 18,8% dei partecipanti, per un totale di 104 soggetti di cui 85 con una diagnosi clinica di malattia di Alzheimer. Lo studio ha evidenziato il valore aggiunto dell’utilizzo di una combinazione di biomarcatori, che ha consentito di aumentare l’accuratezza predittiva rispetto all’utilizzo dei singoli biomarcatori. Il modello finale, risultato in grado di classificare correttamente l’81,6% delle persone con declino cognitivo lieve destinate a sviluppare una demenza – include otto predittori: sesso, età, Amsterdam IADL, familiarità per la demenza, MMSE, volume dell’ippocampo sinistro, rapporto abeta-42/p-tau e un parametro specifico dell’elettroencefalogramma.

Questa nuova conoscenza potrebbe avere importanti implicazioni cliniche, permettendo di identificare precocemente i pazienti MCI che trarrebbero maggior beneficio da un intervento farmacologico. Lo studio Interceptor apre poi nuove prospettive per la ricerca e la pratica clinica nel campo delle demenze, offrendo la possibilità di personalizzare gli interventi terapeutici e di migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie. Inoltre, i risultati ottenuti aprono la strada a un possibile Interceptor 2.0, finalizzato a valutare l’efficacia di interventi farmacologici mirati nei pazienti con deterioramento cognitivo lieve identificati come ad alto rischio di progressione a demenza grazie all’utilizzo dei biomarcatori e del modello predittivo sviluppato.