
Il 27 e 28 novembre si è svolta all’Istituto Superiore di Sanità la XVIII edizione del convegno “I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze e la gestione integrata della demenza”, promosso dall’Osservatorio demenze. Oltre 300 partecipanti, 10 sessioni, 27 relazioni invitate, 29 comunicazioni orali e 58 poster hanno offerto una fotografia aggiornata di bisogni, criticità e prospettive della rete italiana per le demenze.
Il filo rosso del confronto – come ricostruito in una nota di Nicola Vanacore nella newsletter di oggi dell’Osservatorio – è stato il Piano Nazionale Demenze (PND), approvato nel 2014 ma mai dotato di un finanziamento strutturale. Un dato che pesa, soprattutto se confrontato con l’impatto del problema: circa il 10% della popolazione italiana è direttamente coinvolto tra persone con demenza o Mild Cognitive Impairment e familiari, per un costo annuo stimato di 23,6 miliardi di euro, il 63% a carico delle famiglie. Nonostante ciò, nella bozza di Legge di Bilancio attualmente in discussione non sono previsti stanziamenti specifici per l’attuazione del PND.
I risultati della survey nazionale sui Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) condotta dall’ISS nel 2022-2023 descrivono servizi spesso sotto-dimensionati e disomogenei. Nel 9,1% dei centri l’équipe è costituita dal solo medico, nel 15,1% solo da medico e infermiere; quasi un quarto dei CDCD è aperto un solo giorno a settimana. Nel 35,3% dei casi non sono presenti psicologi o neuropsicologi e solo il 47,1% ne dispone in modo strutturato. I tempi di attesa per la prima visita superano i tre mesi nel 23,3% dei centri e nel 17,1% non è garantito l’accesso a TAC o RM, neppure in convenzione. Colpisce infine che il 75% delle persone con demenza non sia inserito in un PDTA formalizzato.
Anche la rete di RSA e centri diurni mostra forti diseguaglianze territoriali, con una minore disponibilità di strutture nel Centro-Sud e un accesso ancora limitato a moduli Alzheimer dedicati. In questo contesto l’imminente introduzione dei nuovi farmaci anti-Alzheimer rischia di amplificare le disparità: le stime indicano che solo il 10% dei pazienti potrà essere eleggibile, a fronte di fabbisogni organizzativi e tecnologici elevati, mentre il restante 90% continuerà a richiedere percorsi assistenziali complessi e continuativi.
Telemedicina, terapie digitali, intelligenza artificiale e prescrizione sociale sono state discusse come leve per potenziare diagnosi, monitoraggio e presa in carico, ma tutti i relatori hanno richiamato la necessità di un cambio di paradigma: senza un finanziamento stabile del PND, il rafforzamento delle équipe multidisciplinari e la riduzione delle diseguaglianze geografiche, l’innovazione rischia di rimanere confinata a esperienze isolate, lontane dalla pratica quotidiana di molti CDCD.





