
L’epilessia è tra le patologie neurologiche croniche più diffuse: circa 50 milioni di persone nel mondo e oltre 500.000 in Italia. Pur colpendo uomini e donne in misura simile, nelle donne la malattia assume una fisionomia particolare perché si intreccia con le fasi biologiche della vita, la salute riproduttiva e l’impatto su lavoro e relazioni. È il messaggio rilanciato dalla Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE), che richiama la necessità di un approccio clinico e sociale più mirato.
“Le problematiche di genere richiedono nell’epilessia un’attenzione particolare: le donne con epilessia si trovano ad affrontare bisogni clinici e sociali specifici in tutte le fasi della vita”, sottolinea Carlo Andrea Galimberti, presidente LICE. In questo quadro, stigma e disinformazione continuano a pesare sulle scelte affettive, riproduttive e professionali, oltre che sulla qualità di vita.
Un punto centrale riguarda maternità e gravidanza. Rispetto alla popolazione generale le donne con epilessia hanno una minore probabilità di diventare madri, ma il divario non dipende solo da fattori biologici: contano anche ostacoli psicologici e sociali, difficoltà economiche, accesso alle cure e timori spesso non giustificati. Le evidenze, però, indicano che quando la gravidanza è desiderata, pianificata e seguita con cure adeguate, la natalità è sovrapponibile a quella della popolazione generale; in questi casi “il rischio per il feto è minimo e oltre il 90% dei bambini nasce sano”.
“Quando si parla di epilessia nelle donne, non si può limitare l’attenzione al controllo delle crisi: è necessario considerare anche gli aspetti della salute riproduttiva, psicologica e sociale”, evidenzia Barbara Mostacci (Commissione Epilessia e Genere LICE). Da qui l’invito a programmare la gravidanza con anticipo, discutendone con l’epilettologo per “razionalizzare e semplificare la terapia”, e a garantire un monitoraggio regolare in stretta collaborazione con il ginecologo.
Sul versante della vita quotidiana, LICE richiama anche il tema occupazionale: discriminazioni, limitazioni alla guida, accesso ridotto ad alcune professioni ed effetti cognitivi o dell’umore legati a malattia e farmaci possono penalizzare soprattutto le donne. “Una presa in carico multidisciplinare e una corretta informazione possono fare la differenza”, conclude Loretta Giuliano, responsabile della Commissione, indicando come obiettivo una maggiore consapevolezza per ridurre stigma e bisogni ancora insoddisfatti.





