
L’encefalopatia traumatica cronica (CTE), patologia neurodegenerativa associata all’esposizione ripetuta a impatti cranici, resta difficile da inquadrare sul piano epidemiologico perché la diagnosi definitiva è tuttora neuropatologica e quindi post-mortem.
Un ampio studio retrospettivo di popolazione pubblicato sul BMJ ha cercato di ridurre questa incertezza analizzando una coorte completamente enumerata di ex giocatori della National Football League (NFL) deceduti tra il 2008 e il 2021, con un duplice obiettivo: ottenere una stima plausibile della prevalenza di CTE al decesso e verificare l’associazione tra malattia in stadio avanzato e demenza (1).
La coorte comprendeva 1.712 ex giocatori NFL che avevano esordito dopo il 1949, 338 dei quali, pari al 19,7%, erano stati sottoposti a esame neuropatologico. I neuropatologi, all’oscuro della storia clinica e sportiva, hanno diagnosticato e stadializzato la CTE secondo criteri neuropatologici standardizzati. Parallelamente, clinici non a conoscenza dei risultati autoptici hanno ricostruito la presenza di demenza attraverso cartelle cliniche e informazioni fornite dai familiari.
Per stimare la prevalenza, gli autori hanno calcolato un limite minimo, considerando come casi solo i donatori con CTE confermata, e un limite massimo, ipotizzando la presenza della patologia in tutti i non donatori salvo i casi negativi accertati. Per l’associazione con la demenza è stato utilizzato un inverse probability weighting volto a contenere il bias di selezione legato alla donazione cerebrale.
Tra i 338 cervelli esaminati, 315, il 93,2%, presentavano CTE. Nell’intera popolazione dei deceduti, la prevalenza possibile al decesso risultava quindi compresa tra il 18,5% e il 98,7%. Limitando l’analisi al periodo 2016-2021, quando la quota di donazioni era maggiore, 215 dei 235 cervelli esaminati presentavano CTE e il limite minimo di prevalenza saliva al 24,5%, con un massimo teorico del 97,7%. In altri termini, anche adottando l’ipotesi più conservativa, almeno circa un ex giocatore NFL su quattro morto in quel periodo aveva una CTE neuropatologicamente documentata.
Il secondo dato rilevante riguarda il correlato clinico. La demenza era stata diagnosticata in 202 dei 338 donatori, il 59,8%, e interessava 94 dei 104 soggetti con CTE di stadio IV, pari al 90,4%. Dopo ponderazione per la probabilità di donazione e aggiustamento per diversi potenziali confondenti, lo stadio IV risultava associato a un aumento del 44% del rischio di demenza rispetto agli altri donatori (RR 1,44; IC 95% 1,16-1,78; P<0,001). La sola presenza di CTE, invece, non mostrava un’associazione statisticamente significativa con la demenza nelle analisi secondarie, suggerendo che la gravità della patologia possa avere maggiore rilevanza clinica della semplice positività neuropatologica.
L’interpretazione richiede tuttavia cautela. I donatori non rappresentavano un campione casuale: avevano in media carriere NFL più lunghe e potevano essere stati selezionati anche perché più sintomatici o più visibili pubblicamente. Inoltre, la ponderazione statistica corregge solo in parte il bias di donazione e non quello legato alla mortalità; i risultati descrivono la prevalenza al decesso e non possono essere trasferiti direttamente agli ex giocatori viventi né alla popolazione generale.
Lo studio rafforza comunque due elementi: la CTE rappresenta un reperto neuropatologico frequente negli ex professionisti NFL deceduti e le forme più avanzate sono associate a un carico clinico sostanziale, in particolare alla demenza. Gli autori sottolineano la necessità di chiarire ulteriormente questa relazione in altre popolazioni con elevata esposizione cumulativa a impatti cranici ripetuti e di sviluppare strumenti che consentano di identificare la malattia durante la vita.
Bibliografia
1. Daneshvar DH, Nowinski CJ, Abdolmohammadi B, et al. Prevalence of chronic traumatic encephalopathy at death in National Football League players: retrospective population based cohort study, 2008-21. BMJ 2026;394:e100418.





