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Fisioterapia, psicoterapia ed educazione alla diagnosi: il trattamento del disturbo motorio funzionale

A cura di Sofia Corradin By 10 Luglio 2024No Comments
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trattamento disturbo motorio funzionale

“I pazienti affetti dal disturbo motorio funzionale sono stati a lungo negletti e nonostante la capacità diagnostica dei neurologi e l’accuratezza della diagnosi siano migliorate negli ultimi anni, lo sviluppo di protocolli terapeutici specifici è molto recente e fino a poco tempo fa avevamo scarse evidenze sulla loro efficacia” spiega Francesca Morgante, professoressa di neurologia alla Saint George University di Londra che ci ha fatto da guida nel mondo dei trattamenti del disturbo motorio funzionale durante la quinta International Conference della Functional Neurological Disorder Society che quest’anno si è tenuta a Verona, città sede del centro di riferimento italiano per la diagnosi e il trattamento del disturbo motorio funzionale.

Come si tratta il disturbo motorio funzionale

Il disturbo motorio funzionale (DMF) è una sindrome clinica che può manifestarsi con un ampio ventaglio di sintomi e deficit neurologici dovuti a una disfunzione del sistema nervoso piuttosto che a una sua alterazione strutturale. Le cause sono molteplici, come anche i fattori di rischio e le comorbidità, tanto che i pazienti possono giungere all’osservazione clinica con forme completamente diverse del disturbo. Si possono riconoscere però tre gruppi: i pazienti che manifestano una maggiore componente motoria, quelli che hanno una predominanza di sintomi psichiatrici e quelli che si presentano con una forma ibrida tra le due precedenti.

A causa di questa elevata variabilità di manifestazioni, il trattamento non può essere univoco ma elaborato e personalizzato sul paziente in seguito a una valutazione multidisciplinare svolta da un team che comprende neurologi, psichiatri, psicologi, fisiatri, fisioterapisti e logopedisti nei casi in cui ci sia anche un’alterazione del linguaggio.

“I pazienti in cui il disturbo motorio funzionale è caratterizzato da una maggiore componente fisica, come per esempio la postura fissa di un arto, sono quelli che beneficiano maggiormente del trattamento fisioterapico riabilitativo che viene impostato allo scopo di aiutare il paziente a riprogrammare il normale movimento riducendo il comportamento automatico caratteristico del DMF” spiega Morgante.

La riabilitazione fisioterapica viene effettuata inizialmente in ambito ambulatoriale con accesso giornaliero per una o due settimane. Nelle sedute con il fisioterapista il paziente viene non solo trattato ma anche istruito sull’esecuzione di una serie di esercizi per il controllo del movimento che dovrà poi compiere in autonomia a casa una volta completato il percorso ambulatoriale. Fondamentale è che i pazienti vengano seguiti a lungo termine dal team multidisciplinare del centro specializzato a cui si rivolgono. Questo monitoraggio è possibile anche grazie all’innovazione della telemedicina che permette di rimanere in contatto e seguire periodicamente i progressi dei pazienti. Questo strumento è particolarmente importante per il più ampio gruppo dei disturbi neurologici funzionali poiché i centri specializzati sono pochi in tutta Europa e seguono pazienti residenti anche a centinaia di chilometri di distanza, i quali non potrebbero accedere facilmente ai servizi erogati in presenza.

“Quando il trattamento fisioterapico non è sufficiente ad alleviare il dolore che accompagna alcuni sintomi motori si ricorre alla somministrazione di farmaci antidolorifici e talvolta all’iniezione di tossina botulinica. A oggi, infatti, non esistono terapie farmacologiche sviluppate ad hoc per il trattamento dei disturbi funzionali” continua Morgante.

I pazienti che si presentano con la prevalenza di manifestazioni psichiatriche come ansia e depressione, a differenza del gruppo con una predominante componente motoria, giovano maggiormente della psicoterapia cognitivo comportamentale.

Anche in questo caso, quando la psicoterapia deve essere integrata con i farmaci, si possono utilizzare quelli che vengono normalmente somministrati per il trattamento dell’ansia, della depressione e degli altri disturbi psichiatrici associati al DMF.

“Ci sono poi pazienti che manifestano entrambe le componenti del disturbo motorio funzionale, sia quella motoria che quella psichiatrica. In queste forme il trattamento deve essere combinato e la gestione a più voci della terapia è ancora più importante che nelle altre forme” spiega Morgante.

Non esistono farmaci specifici per il disturbo motorio funzionale

“Conosciamo le basi chimiche di alcuni sintomi come il dolore, l’ansia, la depressione, ma non siamo ancora riusciti a capire i meccanismi alla base della manifestazione di questi sintomi nelle persone affette da disturbo motorio funzionale”

Negli ultimi decenni la ricerca sui disturbi funzionali ha portato a una maggiore comprensione dell’anatomia e della fisiopatologia del DMF. È emerso che l’alterazione della funzione delle aree cerebrali implicate nei meccanismi dell’attenzione sembra essere la principale causa dello sviluppo del disturbo.

Le conoscenze che si sono finora raggiunte, però, non sono sufficienti per comprendere a pieno le basi patologiche del disturbo motorio funzionale e non permettono di agire in maniera mirata sui meccanismi neuronali implicati nella sua genesi sviluppando, per esempio, farmaci che agiscano su un bersaglio molecolare specifico o protocolli di neuromodulazione non invasiva che raggiungano le aree cerebrali le cui funzioni risultano alterate.

I risultati dello studio Fisio4FMD

“Non avendo chiare le basi chimiche e molecolari del disturbo, finora l’unico trattamento specifico che è stato sviluppato per ridurre la sintomatologia del DMF è un protocollo fisioterapico che ha dimostrato avere buoni risultati a breve termine. Le evidenze sul lungo periodo sono, invece, limitate perché la sua introduzione nella pratica clinica è recente” spiega Morgante.

Alla conferenza che si è tenuta a Verona sono stati presentati i risultati di Physio4FMD, uno studio clinico randomizzato multicentrico inglese coordinato dal St. George Hospital di Londra e pubblicato su Lancet Neurology, che ha analizzato l’efficacia a 12 mesi di questo protocollo riabilitativo specifico per il trattamento del disturbo motorio funzionale. Lo studio ha concluso che, nonostante dopo pochi mesi dall’inizio della terapia la percentuale dei pazienti che ha riportato risultati positivi sia maggiore nel gruppo di studio rispetto al gruppo di controllo nel quale si era erogata una fisioterapia non specifica, a distanza di 12 mesi l’autovalutazione dei sintomi motori da parte dei pazienti non ha messo in evidenza un migliore risultato tra i due protocolli fisioterapici.

La professoressa Morgante, sulla base dell’esperienza clinica acquisita nel centro che dirige, spiega che il disturbo motorio funzionale sembra essere una sindrome cronica sulla quale il trattamento può incidere positivamente permettendo, alle persone che rispondono, di tornare a una normale funzione motoria anche per lunghi periodi senza arrivare però a una guarigione. Le fasi di riacutizzazione dei sintomi, tuttavia, possono essere riconosciute precocemente dal paziente educato alla diagnosi che di conseguenza si rivolgerà con tempistiche più brevi, rispetto alla prima diagnosi, al centro specializzato di riferimento.

La comunicazione e l’educazione alla diagnosi come primo passo del trattamento

La diagnosi del disturbo motorio funzionale è complessa ma lo è altrettanto la sua comunicazione al paziente. Una comunicazione chiara che comprenda anche le incertezze e tutti i punti sui quali la ricerca neurologica non è ancora riuscita a dare una risposta è fondamentale per mantenere il paziente ancorato al percorso diagnostico-terapeutico.

“La comunicazione superficiale da parte del medico e la difficoltà nella comprensione della diagnosi porta i pazienti a consultare altri specialisti e altre figure sanitarie comportando spesso l’inizio di un’odissea sanitaria che li devia dal percorso diagnostico-terapeutico idoneo ritardando la diagnosi finale con un elevato dispendio di risorse economiche, sia del paziente stesso che dei sistema sanitari” spiega Morgante.

La psicoeducazione alla diagnosi del disturbo motorio funzionale è molto importante per il paziente perché una volta capiti i motivi alla base dei propri sintomi, ed essendo consapevole degli attuali limiti della medicina in questo campo, può mettere in atto quello che gli inglesi chiamano self-management, ovvero impara ad autogestire la malattia. Autogestione che deve sempre essere guidata dal team multidisciplinare e che comprende anche la capacità di individuare le fasi di riacutizzazione, la comparsa di nuovi sintomi e la variazione dell’efficacia della terapia.

Bibliografia
Per approfondire: