I dati sulla prevalenza della demenza in Europa mostrano una crescita netta

A cura di Fabio Ambrosino By 10 Marzo 2026No Comments
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L’ultimo Dementia Prevalence Report 2025 di Alzheimer Europe aggiorna le stime del 2019 e restituisce un quadro epidemiologico che, per la neurologia clinica e la programmazione dei servizi, ha il peso di un indicatore “di sistema”. Il documento nasce anche come risposta a una domanda crescente di dati aggiornati da parte di decisori, ricercatori e associazioni, in un contesto in cui la pandemia di COVID-19 ha colpito in modo sproporzionato le fasce anziane e ha temporaneamente inciso sull’aspettativa di vita, senza però invertire la traiettoria di fondo dell’invecchiamento demografico.

Sul piano metodologico, Alzheimer Europe ha condotto una revisione della letteratura sulle stime di prevalenza pubblicate dopo il 2019, con una ricerca su PubMed tra il 10 luglio 2019 e il 3 febbraio 2025 che ha identificato 3.588 pubblicazioni, poi sottoposte a screening secondo criteri predefiniti in continuità con l’approccio EuroCoDe (studi di comunità, campione minimo 300, criteri diagnostici standardizzati, partecipazione >50%, disponibilità di dati grezzi). Dopo la selezione, gli autori degli studi eleggibili sono stati contattati per ottenere i raw data, che sono stati integrati con il dataset già costruito nel 2019. In totale l’analisi incorpora 18 studi e i dati di 43.995 partecipanti; le prevalenze specifiche per età e sesso sono state quindi applicate alle stime demografiche UN World Population Prospects 2024 per derivare i numeri paese-per-paese per 2025 e 2050.

I risultati quantificano una crescita netta. Nel 2025, nei 27 Paesi UE vivono con demenza 9.065.706 persone; estendendo lo sguardo anche ai Paesi europei non UE inclusi nel report, il totale sale a 12.122.979. La proiezione al 2050 è ancora più impegnativa: 14.335.788 casi nell’UE27 (incremento del 58%) e 19.905.856 considerando UE+non UE (incremento del 64%). In parallelo, il report segnala variazioni per specifiche fasce d’età rispetto alle stime 2019, con un aumento particolarmente visibile nei 70–74 anni (soprattutto negli uomini), mentre in alcune fasce successive il quadro nelle donne appare più misto.

Nel confronto europeo, l’Italia emerge tra i Paesi a più alta quota di popolazione coinvolta. Le stime indicano 1.436.859 persone con demenza nel 2025, pari al 2,43% della popolazione totale, con un marcato divario di genere: 945.672 donne e 491.187 uomini. Al 2050, i casi attesi superano i 2,2 milioni (2.218.571), con una prevalenza che arriverebbe al 4,28% dell’intera popolazione nazionale: un valore che, letto insieme alla struttura demografica del Paese, anticipa pressioni rilevanti su diagnosi, follow-up e continuità assistenziale.

Il report affianca ai numeri un messaggio operativo: senza un cambio di passo su capacità e infrastrutture dei sistemi sanitari e sociali, il carico clinico rischia di crescere più rapidamente della risposta. Il tema dell’accuratezza diagnostica viene esplicitamente collegato anche ai nuovi scenari terapeutici, perché l’eventuale implementazione di trattamenti anti-amiloide richiede percorsi in grado di diagnosticare, trattare e monitorare in modo appropriato. Sul fronte della prevenzione, il documento richiama le stime della Lancet Commission secondo cui fino al 45% dei casi potrebbe essere attribuibile a 14 fattori di rischio modificabili, indicando un’area di intervento che, per la neurologia, implica integrazione con la sanità pubblica e politiche intersettoriali.

Restano limiti strutturali: la scarsità di studi di comunità che includano in modo adeguato le età più giovani rende fragile la stima sotto i 65 anni e obbliga a mantenere, per alcune fasce, riferimenti a dati storici e a scelte metodologiche di continuità. Proprio questo punto, insieme alla richiesta di dati più granulari sui sottotipi di demenza e sullo stadio di malattia, è indicato come priorità per la ricerca futura. In sintesi, il report 2025 fotografa un incremento destinato a diventare “ordinario” nei prossimi decenni: l’Europa si avvicina a una soglia epidemiologica senza precedenti e l’Italia, per demografia e percentuali, è tra i Paesi chiamati a pianificare per primi una risposta proporzionata.