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Ictus, dissezione arteriosa cervicale e infarto miocardico. Quale relazione?

Redazione By 7 Febbraio 2024No Comments
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Dopo un ictus ischemico o un ictus associato alla dissezione di un’arteria cervicale, il rischio di infarto miocardico a un anno è quasi doppio rispetto a quello dei soggetti ricoverati per cause con sintomi simili ma diverse dall’ictus. Al contrario, la lacerazione della parete di un’arteria cervicale in assenza di ictus non sembra aumentare il rischio di infarto.

Sono stati presentati nel corso dell’International Stroke Conference 2024 (ISC24), in programma dal 7 al 9 febbraio a Phoenix, i risultati di un’ampia analisi statunitense che ha preso in esame le informazioni sanitarie di 823.634 adulti (età media: 63 anni; 62% donne) ricoverati a New York tra il 2011 e il 2017 o in Florida tra il 2011 e il 2019.

I soggetti – selezionati tra quelli senza una storia recente di traumi cranici o cervicali significativi – sono stati suddivisi in quattro gruppi in base alla diagnosi:

  • ictus ischemico acuto
  • dissezione di un’arteria cervicale (carotidea o vertebrale)
  • ictus ischemico acuto e dissezione di un’arteria cervicale (carotidea o vertebrale)
  • attacco ischemico transitorio (TIA), amnesia globale transitoria o emicrania (gruppo di riferimento)

Dopo aver considerato i fattori di rischio per l’infarto miocardico, è emerso che i pazienti con dissezione arteriosa cervicale senza ictus presentavano lo stesso rischio di avere un infarto entro un anno rispetto ai soggetti ricoverati per TIA, amnesia globale transitoria o emicrania.

Invece, nello stesso periodo di tempo i pazienti con ictus, con o senza dissezione dell’arteria carotidea o vertebrale, sono risultati associati a un rischio quasi doppio di avere un infarto miocardico rispetto ai soggetti del gruppo di riferimento.

“Prima si trattava solo di un’ipotesi, ora sappiamo che la dissezione dell’arteria carotidea o vertebrale che non provoca un ictus non aumenta il rischio di un infarto”, ha dichiarato Liqi Shu, ricercatore della Warren Alpert Medical School della Brown University di Providence (Rhode Island) tra gli autori dello studio. “In questo sottogruppo di pazienti, quindi, i clinici dovrebbero concentrarsi principalmente sulla prevenzione degli ictus”.