Il vaccino per l’Herpes zoster potrebbe davvero ridurre il rischio di demenza

A cura di Fabio Ambrosino By 26 Gennaio 2026No Comments
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L’ipotesi che la prevenzione dell’Herpes zoster possa avere effetti anche sul rischio di demenza sta guadagnando solidità, perché negli ultimi anni sono arrivati studi che riducono uno dei principali problemi delle analisi “di routine”: il fatto che chi si vaccina tende, in media, ad essere più attento alla salute e ad avere migliore accesso alle cure, con il rischio di attribuire al vaccino un vantaggio che in realtà dipende da differenze di stile di vita o di fragilità.

Il razionale biologico, peraltro, è plausibile: il virus varicella-zoster resta latente e può riattivarsi con l’età; la riattivazione comporta infiammazione sistemica e, in alcuni casi, coinvolgimento neurologico o vascolare. In parallelo, cresce l’interesse per il ruolo di infezioni latenti, riattivazioni virali e risposta immunitaria nell’invecchiamento cerebrale e nelle demenze.

Due studi recenti, uno condotto in Galles – pubblicato su Cell (1) – e uno in Canada – pubblicato su Lancet Neurology (2) -, sfruttano un disegno particolarmente informativo: le regole di eleggibilità vaccinale basate sulla data di nascita. In pratica, persone nate a pochissima distanza vengono trattate in modo diverso dal programma sanitario (e quindi hanno probabilità diverse di vaccinarsi), pur essendo molto simili per caratteristiche di base. Questo consente di stimare un effetto più vicino a una relazione di causa rispetto a molti studi osservazionali tradizionali.

Nel lavoro gallese, basato su dati sanitari collegati (medicina generale, ricoveri e certificati di morte), l’introduzione del programma anti-zoster con vaccino vivo attenuato ha creato una soglia netta: passando da una data di nascita all’altra, la probabilità di vaccinazione cambia bruscamente. Tra le persone senza segni di deterioramento cognitivo prima dell’avvio del programma, la vaccinazione diventa molto più frequente nei soggetti eleggibili.

Su un follow-up fino a 9 anni, si osserva un minor numero di nuove diagnosi di mild cognitive impairment (MCI) tra chi ricade nel gruppo con maggiore probabilità di vaccinarsi. Lo studio esplora anche cosa accade in fasi più avanzate: tra persone già con diagnosi di demenza prima dell’avvio della campagna, i dati indicano una riduzione di decessi in cui la demenza è indicata come causa sottostante nei gruppi con maggiore probabilità di vaccinazione, con un segnale coerente anche sulla mortalità complessiva.

Va sottolineato che, in questi sottogruppi, l’incertezza statistica è maggiore (numeri più piccoli e intervalli più ampi), quindi il risultato va letto come indicazione importante ma non definitiva. In più, emerge un aspetto ricorrente nella letteratura: il beneficio appare più marcato nelle donne rispetto agli uomini, anche se la spiegazione non è ancora chiara.

Lo studio canadese arriva a conclusioni in linea, in un contesto diverso. Analizzando un’ampia rete di cartelle cliniche di cure primarie e un programma provinciale con criteri di accesso legati all’anno di nascita, gli autori mostrano che l’eleggibilità aumenta significativamente la copertura vaccinale e che, nei cohort “a cavallo” della soglia, si osservano meno nuove diagnosi di demenza durante il follow-up.

Per rafforzare ulteriormente l’interpretazione, il lavoro confronta l’andamento dell’incidenza in Ontario con quello di altre province senza un programma pubblico nello stesso periodo, osservando un calo relativo più evidente nei cohort eleggibili dopo l’avvio della campagna. Anche qui, il messaggio principale è che il segnale non dipende solo da un confronto generico tra vaccinati e non vaccinati, ma emerge in un quadro che riduce il rischio di confondimento.

Queste evidenze si inseriscono in un filone più ampio. Studi precedenti, sempre basati su “soglie” di eleggibilità, hanno già riportato una riduzione delle diagnosi di demenza negli anni successivi alla vaccinazione anti-zoster vivo attenuata, con un profilo di beneficio spesso più evidente nel sesso femminile.

Parallelamente, esistono studi osservazionali su grandi database sanitari (ad esempio negli Stati Uniti) che mostrano associazioni simili, ma con limiti inevitabili: anche con aggiustamenti statistici e confronti su popolazioni molto grandi, resta possibile che una quota del vantaggio rifletta differenze di salute preesistenti tra chi sceglie di vaccinarsi e chi no (3). In questo senso, gli “esperimenti naturali” recenti sono importanti perché rendono meno probabile che il risultato sia spiegato solo da comportamenti o accesso alle cure.

Il nodo cruciale, però, è la trasferibilità al vaccino oggi più usato: Shingrix, ricombinante adiuvato, che in molti Paesi ha sostituito il vaccino vivo attenuato. Un lavoro recente basato su dati real-world statunitensi ha riportato che, dopo l’introduzione di Shingrix, il rischio di demenza nei vaccinati risulta più basso rispetto a coorti comparabili, con un beneficio osservato in entrambi i sessi ma più marcato nelle donne.

Pur non trattandosi di un trial randomizzato, l’osservazione è rilevante perché riguarda il prodotto attualmente raccomandato nella pratica e suggerisce che il possibile “effetto cognitivo” non sia necessariamente limitato al vaccino vivo attenuato. Rimane però aperta una domanda di fondo: se l’effetto esiste, dipende soprattutto dal miglior controllo della riattivazione virale (e quindi potrebbe essere più forte con vaccini più efficaci) oppure da modifiche più generali della risposta immunitaria (che potrebbero variare da piattaforma a piattaforma)?

Dal punto di vista clinico e istituzionale, la conclusione deve restare prudente. Al momento nessun vaccino anti-zoster è indicato “per prevenire la demenza” e le decisioni vaccinali devono basarsi sulle indicazioni consolidate: prevenire zoster e complicanze, che restano frequenti e gravose soprattutto in età avanzata. Tuttavia, la convergenza di risultati – soprattutto quando ottenuti con disegni che riducono il rischio di bias – rende l’ipotesi sufficientemente credibile da giustificare ulteriori studi mirati.

Le priorità sono chiare: conferme in altri sistemi sanitari, analisi che distinguano meglio tra prevenzione dell’esordio e rallentamento della progressione, e studi che chiariscano perché il segnale sembri più pronunciato nelle donne. Se queste evidenze verranno consolidate, il possibile beneficio sul rischio o sul decorso della demenza potrebbe rappresentare un valore aggiunto importante di un intervento già disponibile e raccomandato per solide ragioni di sanità pubblica.

Bibliografia

1. Xie M, Eyting M, Bommer C, et al. The effect of shingles vaccination at different stages of the dementia disease course. Cell 2025;188(25):7049‑7064.e20.
2. Pomirchy M, Chung S, Bommer C, et al. Herpes zoster vaccination and incident dementia in Canada: an analysis of natural experiments. Lancet Neurol 2026;25(2):170‑180.
3. Scherrer JF, Salas J, Wiemken TL, et al. Impact of herpes zoster vaccination on incident dementia: A retrospective study in two patient cohorts. PLoS One 2021;16(11):e0257405.
4. Taquet M, Dercon Q, Todd JA, et al. The recombinant shingles vaccine is associated with lower risk of dementia. Nat Med 2024;30(10):2777‑2781. https://doi.org/10.1038/s41591-024-03201-5.