L’antipertensivo migliore per ridurre il rischio di demenza

A cura di Redazione By 15 Luglio 2025No Comments
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Un recente studio di coorte pubblicato su Age and Ageing ha riacceso il dibattito sull’influenza dei farmaci antipertensivi nel modulare il rischio di demenza (1). I risultati suggeriscono che determinate classi farmacologiche potrebbero conferire una protezione superiore rispetto agli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE-inibitori) nell’insorgenza di demenza, in particolare della malattia di Alzheimer.

La ricerca, condotta su oltre 1,6 milioni di individui in quattro diverse nazioni (Regno Unito, Svezia, Australia e Hong Kong), ha impiegato un rigoroso disegno di confronto attivo tra nuovi utilizzatori per valutare i rischi di demenza associati a varie classi di antipertensivi rispetto agli ACE-inibitori.

I dati aggregati hanno rivelato un’associazione statisticamente significativa tra l’uso di beta-bloccanti e diuretici tiazidici e una riduzione del rischio di demenza in confronto agli ACE-inibitori. Specificamente, i beta-bloccanti hanno mostrato un hazard ratio (HR) combinato di 0,92 (95% CI 0,87–0,97), mentre i tiazidici hanno registrato un HR di 0,93 (95% CI 0,88–0,98).

L’effetto protettivo si è mantenuto anche nell’analisi dei sottogruppi per tipologia di demenza, con i tiazidici che hanno dimostrato una notevole riduzione del rischio di Alzheimer (HR 0,90; 95% CI 0,84–0,97). Al contrario, i calcio-antagonisti non hanno evidenziato differenze significative rispetto agli ACE-inibitori in termini di rischio di demenza.

Lo studio ha implementato molteplici strategie di sensibilità, inclusa l’introduzione di un “lag time” di due anni per mitigare il rischio di causalità inversa e la validazione dei risultati tramite metodi di propensity score matching. Queste precauzioni metodologiche rafforzano la validità interna dello studio.

Sebbene i risultati di questa ricerca osservazionale suggeriscano che la neuroprotezione mediata dagli antipertensivi possa dipendere dal loro specifico meccanismo d’azione, gli autori enfatizzano la necessità di ulteriori studi randomizzati controllati. Il potenziale impatto di confondenti residui, nonostante l’accuratezza metodologica, non può essere completamente escluso.

Pertanto, i risultati attuali non modificano le linee guida terapeutiche vigenti, ma offrono stimolanti direzioni per future indagini cliniche focalizzate sull’impatto dei singoli antipertensivi sulla salute cognitiva.

Bibliografia

1. Cheung ECL, Adesuyan M, Szilcz M, et al. Antihypertensive drug classes and risk of incident dementia: a multinational population-based cohort study. Age Ageing 2025;54:afaf121.