Neuroeconomia: quando le emozioni guidano le decisioni economiche

A cura di Fabio Ambrosino e Andrea Calignano By 5 Giugno 2025No Comments
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Neuroeconomia

Le nostre scelte finanziarie non dipendono solo dalla logica razionale. La neuroeconomia indaga come impulsi emotivi, circuiti cerebrali antichi e bias cognitivi influenzano il decision-making, aprendo nuove prospettive in neurologia e scienze sociali.

Negli ultimi decenni è emerso un nuovo modo di comprendere il comportamento economico umano: gli individui spesso non agiscono come l’ideale homo oeconomicus, perfettamente razionale, immaginato dall’economia classica. Crisi finanziarie come il crollo del 1929 e la recessione del 2008 hanno evidenziato i limiti delle teorie tradizionali basate su agenti perfettamente razionali.

Già negli anni ’30 John M. Keynes parlò degli “animal spirits”, impulsi ed emozioni innate capaci di destabilizzare le decisioni collettive. In risposta a queste intuizioni è nata la neuroeconomia, una disciplina che integra economia, psicologia e neuroscienze per spiegare l’apparente irrazionalità delle scelte. Come osserva Enrico Grassi, neurologo e coordinatore del gruppo di studio Neuroscienze del comportamento della SNO (Scienze Neurologiche Ospedaliere), che abbiamo intervistato in occasione dell‘ultimo Congresso della società scientifica, “noi non siamo vulcaniani, non siamo il dottor Spock. Noi siamo persone in cui un retaggio profondissimo, milioni di anni di istinti, ci spinge spesso a scelte non razionali”.

Le fondamenta della neuroeconomia affondano nelle intuizioni di pionieri che misero in dubbio la razionalità assoluta degli attori economici. Uno di essi fu Herbert Simon, Nobel per l’economia nel 1978, che introdusse il concetto di razionalità limitata. “Simon è stato il primo a dire che non sempre gli individui riescono a tener conto di tutte le variabili richieste per un’accurata previsione matematica, come vorrebbe l’economia classica. E da qui derivano tutti quei comportamenti che, nel tempo, hanno portato a drammatiche crisi economiche”, sottolinea Grassi. Negli anni ’70-80 si sviluppò poi l’economia comportamentale grazie a studiosi come Daniel Kahneman, che documentò numerosi bias cognitivi. “Kahneman ha dimostrato che noi percepiamo le perdite economiche in una maniera molto maggiore di quanto percepiamo la gioia per i guadagni. Se perdo 100 dollari, per pareggiare devo vincerne almeno 225. Questo significa che siamo molto avversi al rischio nell’ambito delle vincite, ma propensi al rischio nell’ambito delle perdite. Non sopportiamo di perdere”.

La neuroeconomia si è consolidata come disciplina autonoma nei primi anni 2000, grazie alla collaborazione stretta fra economisti, psicologi e neuroscienziati e ai progressi nelle tecniche di neuroimaging. L’obiettivo è integrare i meccanismi neurobiologici nei modelli decisionali, superando la visione semplificata dell’agente puramente razionale. “L’economia classica si basava sull’idea che l’homo oeconomicus dovesse massimizzare i profitti e minimizzare le perdite, in uno scenario ideale dove l’informazione era perfettamente disponibile”, spiega Grassi. “Ma questo non è il mondo reale. Gli agenti economici non si comportano secondo modelli matematici astratti”.

La ricerca neuroeconomica mostra che coesistono almeno due sistemi neurali nel decision-making: uno più emotivo e impulsivo e uno più razionale e riflessivo. Il primo corrisponde al cervello limbico, che elabora emozioni e ricompense. “Abbiamo una consapevolezza nuova: non possiamo pensare di agire nel mercato usando solo una razionalità astratta. Il cervello emotivo, il cosiddetto cervello limbico, ha un ruolo centrale. La vincita economica, ad esempio, è un rinforzo primario, come il cibo o il sesso. Attiva un circuito dopaminergico antichissimo, che ha come regista finale la corteccia frontale”. La corteccia prefrontale, sede delle funzioni esecutive, orchestra questi stimoli. “Una scelta non è mai frutto di una singola regione del cervello. È il risultato di un’elaborazione complessa in cui più aree concorrono alla decisione finale”.

Le scoperte della neuroeconomia hanno ricadute sia mediche che sociali. In ambito clinico, comprendere i circuiti neuronali del decision-making aiuta a far luce su determinati fenomeni. Un esempio è la malattia di Parkinson: alcuni pazienti in terapia con farmaci dopaminergici sviluppano comportamenti compulsivi, come il gioco d’azzardo patologico, proprio perché l’eccesso di dopamina iperstimola il circuito della ricompensa alterando il controllo degli impulsi. Analogamente, queste conoscenze aiutano a comprendere meglio le dipendenze e altri comportamenti compulsivi, suggerendo nuovi approcci terapeutici. Sul piano collettivo, la neuroeconomia aiuta a interpretare fenomeni come le bolle speculative. “Io non sopporto di perdere e quindi continuo a giocare. Questo è il comportamento alla base delle bolle speculative. La gente resta nel mercato anche quando è chiaro che sta perdendo, perché le scelte sono dominate dal sistema emotivo”.

La neuroeconomia, quindi, funge da ponte tra cervello e società, ricordandoci che la mente non è un freddo calcolatore ma un sistema biologico in cui emozione e ragione operano in sinergia. “Nel 2008 la regina Elisabetta chiese alla London School of Economics: ‘Perché nessuno ha previsto la crisi?’, racconta Grassi. “Gli economisti risposero parlando di un fallimento dell’immaginazione collettiva. Ma la verità è che c’è un problema epistemologico di fondo. L’economia non ha tenuto conto dell’uomo reale, delle sue emozioni, delle sue paure, dei suoi impulsi. E la neuroeconomia ci aiuta a colmare questo vuoto”.