
A pochi giorni dalla finale dei Mondiali di calcio 2026, in programma il 19 luglio al New York New Jersey Stadium, si torna a discutere sugli effetti a lungo termine degli impatti ripetuti alla testa negli atleti. Depressione, ansia, difficoltà soggettive nelle funzioni esecutive e differenze strutturali cerebrali potrebbero emergere già nella mezza età negli ex calciatori professionisti esposti per anni a questo tipo di sollecitazioni. È quanto indica uno studio presentato all’Alzheimer’s Association International Conference 2026 (AAIC 2026) – tenutasi a Londra dal 12 al 16 luglio – che ha confrontato la salute neurologica di ex atleti d’élite con quella di persone senza una storia di sport di contatto o traumi cranici ripetuti.
L’analisi ha coinvolto 142 ex calciatori professionisti tra 30 e 60 anni, di cui 126 uomini con almeno tre anni di contratto a tempo pieno e 16 donne provenienti dai due massimi livelli del calcio professionistico britannico. Il gruppo di controllo comprendeva 56 soggetti sani di età comparabile. I partecipanti sono stati valutati mediante questionari clinicamente validati sui sintomi neuropsichiatrici, test neuropsicologici standardizzati e risonanza magnetica strutturale; l’analisi morfometrica voxel-based è stata utilizzata per confrontare i volumi regionali di sostanza grigia.
Gli ex giocatori hanno riportato più frequentemente sintomi depressivi e ansiosi e una peggiore percezione della capacità di pianificare, concentrarsi, risolvere problemi e gestire le attività quotidiane. Il 31% presentava punteggi compatibili con sintomi depressivi clinicamente significativi, contro il 9% dei controlli, mentre per l’ansia le percentuali erano rispettivamente del 42% e del 25%. Nei test cognitivi oggettivi, tuttavia, non sono emerse differenze significative dopo la correzione per età, sesso, istruzione e livello intellettivo premorboso.
Le immagini di risonanza magnetica, disponibili per 124 ex calciatori, hanno evidenziato una riduzione del volume della sostanza grigia in regioni frontali, cingolate e talamiche, coinvolte nei processi di memoria, attenzione, regolazione emotiva e decisione. Solo una piccola quota degli esami, circa il 2%, mostrava però un’atrofia clinicamente significativa suggestiva di neurodegenerazione.
I risultati descrivono un’associazione, ma non dimostrano che gli impatti ripetuti subiti nel calcio siano la causa diretta delle alterazioni osservate. Il disegno trasversale, la ridotta numerosità del gruppo di controllo e la prevalenza di uomini limitano inoltre la generalizzabilità dei dati. Saranno necessari follow-up longitudinali, biomarcatori ematici e tecniche avanzate di neuroimaging per chiarire l’evoluzione dei reperti e il loro rapporto con il rischio futuro di malattie neurodegenerative. In una fase di massima attenzione mondiale sul calcio, lo studio rafforza così l’esigenza di conciliare spettacolo sportivo, prevenzione degli impatti cranici e monitoraggio a lungo termine degli atleti.





