Parkinson: il ruolo di mGlu3 nell’evoluzione della malattia

Redazione By 23 Gennaio 2025No Comments
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malattia Parkinson mGlu3

Il recettore nervoso mGlu3 potrebbe avere un’azione protettiva nell’evoluzione della malattia di Parkinson. Secondo i ricercatori coinvolti nello studio, pubblicato di recente su npj Parkinson’s Disease, questo sembra suggerire che i recettori mGlu3 sono coinvolti nella fisiopatologia della malattia, regolando sia i meccanismi di neurodegenerazione/neuroprotezione sia la plasticità corticale.

“Secondo i nostri dati, i recettori mGlu3 possono influenzare la vulnerabilità delle cellule nervose e le risposte infiammatorie nel corso della malattia di Parkinson” ha spiegato Luisa Di Menna, Laboratorio di Neurofarmacologia dell’IRCCS Neuromed e prima autrice dello studio. “Questo ci fa pensare a nuove strade terapeutiche che agendo su quel recettore potrebbero rallentare la progressione della patologia”.

Il recettore mGlu3 appartiene al gruppo dei Recettori Metabotropici per il Glutammato, ed è stato studiato sia in modelli animali che in pazienti umani. I ricercatori hanno inizialmente esaminato topi cosiddetti knockout – geneticamente privi di questo recettore – confrontandoli con topi nei quali il recettore era normalmente funzionante. Tutti gli animali sono stato esposti a una specifica sostanza, MPTP, che riproduce molti aspetti fisiologici del Parkinson. I risultati dell’esperimento hanno mostrato che gli animali privi di mGlu3 avevano un livello di danno neuronale e di infiammazione cerebrale più grave rispetto ai topi normali.

Successivamente sono state analizzate varianti del gene che codifica per l’mGlu3 (GRM3) in oltre 700 pazienti con Parkinson, messi a confronto con 800 partecipanti al Progetto Epidemiologico Moli-sani, non affetti dalla patologia. Alcune delle varianti genetiche sono risultate legate a sintomi più gravi nei pazienti, sia di tipo motorio che cognitivo, mentre nei test di plasticità cerebrale i pazienti portatori delle varianti mostravano risposte ridotte. Nei partecipanti sani, invece, non sono state osservate alterazioni significative, suggerendo che le varianti esercitino il loro effetto negativo principalmente in presenza della malattia.

“I nostri risultati aprono la possibilità di sviluppare farmaci innovativi mirati a ridurre il danno neuronale” ha commentato Giuseppe Battaglia, Università Sapienza di Roma e componente del laboratorio di Neurofarmacologia dell’IRCCS Neuromed. “Ma dobbiamo anche considerare che questo recettore non è solo un potenziale bersaglio terapeutico: è anche una chiave per comprendere meglio i meccanismi molecolari alla base della neurodegenerazione”.

Il comunicato stampa diffuso dall’IRCCS Neuromed ha sottolineato come i risultati dello studio sono stati una conferma dell’importanza della componente genetica, non solo nel definire l’insorgenza della patologia ma anche nel modulare la complessa sintomatologia associata alla malattia di Parkinson. Infatti, secondo Alfredo Berardelli, Coordinatore dell’Unità di Ricerca e di Neurofisiologia Clinica dell’I.R.C.C.S. Neuromed “Questa ricerca ci avvicina alla medicina di precisione, consentendo di identificare pazienti con caratteristiche genetiche specifiche che potrebbero rispondere meglio a terapie mirate”.