
L’esposizione acuta al particolato fine prodotto dagli incendi boschivi potrebbe favorire episodi di emicrania e altre cefalee primarie di gravità tale da richiedere l’accesso in pronto soccorso. È quanto emerge da un ampio studio canadese pubblicato su JAMA Network Open, condotto da ricercatori di Health Canada, British Columbia Centre for Disease Control e istituzioni universitarie canadesi, che ha analizzato quasi un milione di accessi in emergenza registrati in Alberta e Ontario tra il 2010 e il 2023 (1). Il tema assume particolare rilevanza alla luce della crescente esposizione al fumo degli incendi e dell’elevato impatto delle cefalee in termini di disabilità.
Gli autori hanno realizzato uno studio case-crossover time-stratified comprendente 997.701 accessi in pronto soccorso relativi a 622.753 pazienti durante le stagioni degli incendi, definite dal 1° maggio al 31 ottobre. L’86,2% degli accessi era attribuito a emicrania e il 13,8% ad altre cefalee primarie. I giorni di accesso sono stati confrontati con giorni di riferimento corrispondenti per giorno della settimana, mese, anno e area geografica. L’esposizione giornaliera a PM2.5 è stata stimata attraverso il Canadian Optimized Statistical Smoke Exposure Model, che integra dati satellitari, presenza di pennacchi di fumo, parametri meteorologici e altre informazioni ambientali. L’analisi ha considerato esposizioni cumulative fino a sette giorni ed è stata aggiustata per temperatura e umidità relativa.
Per ogni incremento di 5 μg/m³ di PM2.5 attribuibile agli incendi, gli accessi in pronto soccorso per emicrania e altre cefalee primarie aumentavano del 6,07% rispetto ai periodi di controllo, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 5,75% e 6,39%. L’associazione risultava simile nelle due province, con incrementi del 6,45% in Alberta e del 5,89% in Ontario. Non emergevano differenze sostanziali tra uomini e donne, mentre l’effetto variava in relazione alla deprivazione materiale e sociale: l’aumento era pari al 3,61% nel quintile meno svantaggiato e raggiungeva il 10,42% in quello più svantaggiato, pur senza un andamento lineare uniforme. Al contrario, il PM2.5 rilevato nei giorni senza incendi non mostrava un’associazione statisticamente significativa con gli accessi per cefalea, con un incremento dello 0,21%.
Il dato rafforza l’ipotesi che il particolato prodotto dagli incendi possa avere caratteristiche o contesti di esposizione differenti rispetto al PM2.5 di altre origini. Gli autori richiamano possibili meccanismi che comprendono stress ossidativo, infiammazione sistemica e neuroinfiammazione, alterazioni endoteliali e attivazione delle vie trigeminovascolari. Possono inoltre contribuire fattori indiretti, come stress, ansia e disturbi del sonno durante gli eventi di fumo prolungato.
La natura osservazionale dello studio non consente tuttavia di dimostrare un rapporto causale. Mancavano informazioni sulla storia individuale di emicrania, sull’uso di farmaci e sull’esposizione personale o indoor; inoltre, gli effetti del PM2.5 non possono essere separati completamente da quelli di altri contaminanti presenti nel fumo. Nel complesso, i risultati indicano comunque un’associazione tra esposizione al PM2.5 da incendi e cefalee severe che richiedono assistenza urgente. Studi futuri dovranno chiarire i meccanismi biologici e valutare se strategie di riduzione dell’esposizione, come filtrazione dell’aria, mascheramento e limitazione delle attività all’aperto, possano ridurre il rischio neurologico durante gli episodi di fumo.
Bibliografia
1. Dales R, Paul N, Cleland SE, et al. Wildfire-Sourced PM2.5 and Emergency Department Visits for Migraine and Other Primary Headache. JAMA Netw Open 2026;9(7):e2625015.





