
Il 27 marzo si è svolto presso l’Aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma il convegno finale del progetto Immidem, un momento di sintesi dedicato alla condivisione dei risultati e, soprattutto, alla definizione di prospettive operative per una presa in carico della demenza più attenta alle differenze culturali. L’incontro ha restituito il quadro di un percorso di ricerca articolato, che ha affrontato in modo sistematico il tema della demenza nelle popolazioni migranti, con l’obiettivo di orientare modelli assistenziali e politiche sanitarie in un contesto demografico in rapida trasformazione.
Il progetto, finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’Ospedale Sacco di Milano e il Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, nasce infatti dalla consapevolezza che l’invecchiamento della popolazione migrante non rappresenti più un fenomeno transitorio. “In Italia il numero dei migranti anziani è quasi duplicato negli ultimi decenni”, ha ricordato Ilaria Bacigalupo (Osservatorio Demenze, Istituto Superiore di Sanità) nell’introduzione dei lavori, sottolineando come la crescita della popolazione straniera over 60 stia ridefinendo i bisogni del Servizio sanitario nazionale. In questo scenario, la presenza crescente di persone con una storia migratoria che convivono con patologie croniche, tra cui disturbi cognitivi e demenze, impone lo sviluppo di pratiche e politiche realmente sensibili alla diversità.
In tale contesto, Immidem si configura come il primo progetto in Europa specificamente dedicato a questo ambito. “L’obiettivo di oggi non è solo condividere risultati, ma consolidare un filone di ricerca in sanità pubblica estremamente rilevante”, ha spiegato Marco Canevelli (Dipartimento Neuroscienze Umane, Sapienza Università di Roma), evidenziando il valore di un approccio multisettoriale capace di integrare ricerca, pratica clinica e dimensione sociale.
Il contributo scientifico più rilevante del progetto è rappresentato da una scoping review internazionale che ha incluso 147 studi e 39 documenti di policy, per un totale di oltre 6,6 milioni di individui, realizzata nell’ambito del sesto rapporto della serie Global Evidence Review on Health and Migration (GEHM) della World Health Organization (WHO), intitolato Dementia in refugees and migrants: epidemiology, public health implications and global responses. I risultati mostrano un interesse crescente negli ultimi dieci anni, ma anche importanti lacune conoscitive: le evidenze disponibili provengono quasi esclusivamente da Paesi ad alto reddito, mentre risultano sostanzialmente assenti dati dai contesti a basso e medio reddito, dove si concentra la maggior parte delle persone con demenza.
Un aspetto particolarmente critico riguarda la stima della prevalenza. Come evidenziato da Canevelli, gli studi basati su registri tendono a indicare una minore frequenza di demenza nei migranti, mentre gli studi clinici suggeriscono il contrario, una discrepanza che appare riconducibile più a una sottodiagnosi legata alle difficoltà di accesso ai servizi che a un reale minor rischio .
Le barriere, infatti, si distribuiscono lungo tutto il percorso assistenziale. Fattori individuali e comunitari, quali stigma e bassa alfabetizzazione sanitaria, si intrecciano con criticità organizzative dei sistemi sanitari, tra cui la carenza di strumenti diagnostici adeguati e di materiali informativi multilingue. “La barriera più importante è sicuramente quella culturale”, ha sottolineato Nicola Vanacore (Responsabile dell’Osservatorio Demenze, Istituto Superiore di Sanità), richiamando anche il peso delle disuguaglianze socioeconomiche e delle difficoltà di accesso ai servizi.
In questo quadro, uno dei risultati più concreti di Immidem riguarda lo sviluppo e la disponibilità di strumenti neuropsicologici a validazione transculturale, in grado di rendere più equa la valutazione cognitiva. “Avere test gratuiti utilizzabili da tutti i clinici rappresenta un passaggio fondamentale per facilitare l’accesso alla diagnosi”, ha aggiunto Vanacore. Tuttavia, persistono criticità che riguardano l’intero percorso, dalla medicina generale all’invio ai centri specialistici, fino alla presa in carico integrata.
Accanto agli aspetti diagnostici e organizzativi, il progetto ha evidenziato come i fattori di rischio modificabili per la demenza – tra cui bassa scolarità, sedentarietà, ipertensione e diabete – risultino più frequenti in alcune popolazioni migranti, suggerendo la necessità di interventi preventivi mirati e culturalmente contestualizzati . Sul piano delle politiche sanitarie, invece, il quadro internazionale appare ancora incompleto: solo una minoranza dei piani nazionali demenze include esplicitamente il tema dei migranti, spesso senza indicazioni operative concrete.
Le prospettive delineate nel corso del convegno convergono quindi verso la necessità di un salto di scala. “La sfida è passare da una logica di progetto a una logica di sistema”, ha affermato Vanacore , indicando come priorità l’integrazione dei risultati di Immidem nei Piani nazionali demenze, nei PDTA e nelle linee guida, oltre al rafforzamento della formazione e dei servizi di mediazione culturale.
Nel complesso, il progetto contribuisce a definire un’agenda di ricerca e intervento che va oltre il tema specifico della migrazione, mostrando come lo sviluppo di modelli di cura culturalmente appropriati rappresenti una leva strategica per migliorare la qualità dell’assistenza a tutte le persone con demenza, indipendentemente dal contesto di origine.





