
Il 22 aprile 2026 si è svolto il convegno finale del progetto PNRR PREV-ITA-DEM, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e sviluppato con il contributo di Fondazione Golgi Cenci, della rete NEUROEPINET (epidemiologi e neurologi di cinque Regioni) e dell’Università del Salento. Il progetto ha integrato approcci epidemiologici e clinici con modelli animali e cellulari e analisi su campioni umani (sangue e materiale autoptico), con l’obiettivo di chiarire il peso dei fattori di rischio modificabili nella comparsa e nella progressione del declino cognitivo e di collegarli a meccanismi biologici potenzialmente bersagliabili. Il resoconto dei risultati è stato diffuso oggi attraverso la newsletter dell’Osservatorio Demenze, in un testo firmato da Nicola Vanacore.
Sul versante di sanità pubblica, l’analisi epidemiologica ha stimato che il 39,5% dei casi di demenza sarebbe teoricamente evitabile a livello nazionale, con ampia variabilità regionale (30,5–47,4%), dato che per i clinici richiama la necessità di strategie territoriali differenziate e di una presa in carico preventiva più strutturata. L’approfondimento su ampie coorti incidenti con ipertensione, diabete e depressione ha indicato un rischio di demenza più evidente per diabete e depressione rispetto all’ipertensione, suggerendo che il controllo metabolico e la salute mentale possano pesare in modo particolare nella riduzione del rischio lungo il corso di vita. In una coorte di popolazione con follow-up di 12 anni è stato inoltre sviluppato un nomogramma individuale di rischio cognitivo in età avanzata, con potenziale ricaduta sulla stratificazione del rischio nella pratica.
La dimensione clinica del progetto ha evidenziato che i fattori modificabili influenzano anche la progressione. Nei pazienti con MCI, la presenza di almeno tre fattori tra bassa istruzione, obesità, fumo, alcol, disturbi del sonno e disturbi della vista è risultata associata a un impatto sulla traiettoria di malattia; nei pazienti con demenza, alcol, fumo e disturbi del sonno sono stati collegati a un peggioramento dei disturbi del comportamento. Nello studio di epidemiologia gemellare, un’elevata scolarità è emersa come fattore protettivo, mentre disturbi del sonno e riduzione delle capacità uditive come fattori di rischio per il decadimento, elementi che rafforzano l’attenzione a riserva cognitiva, sonno e sensorialità oltre ai tradizionali fattori vascolari.
Sul piano biologico, i modelli animali hanno mostrato che l’esposizione a fattori di rischio modificabili si associa a peggioramento cognitivo, alterazioni del metabolismo cerebrale, risposta infiammatoria, incremento del danno ossidativo al DNA e rimodellamento di sistemi antiossidanti e della catena respiratoria mitocondriale, con l’indicazione che queste alterazioni precederebbero marcatori strutturali di neurodegenerazione. Nei modelli cellulari e nelle analisi su campioni umani sono state riportate differenze in vitalità e attività metabolica, numero di mitocondri e danno al DNA nei campioni AD rispetto ai controlli, insieme a una maggiore “instabilità” dei pattern infiammatori nel tempo nei soggetti AD, coerente con perdita di omeostasi. Nei fibroblasti di pazienti AD sono state descritte disfunzioni lisosomiali (difetto di acidificazione) con alterazioni del flusso autofagico e accumulo di autofagosomi, suggerendo una ridotta capacità di smaltimento dei “rifiuti” cellulari e un possibile coinvolgimento dell’asse mitocondrio-lisosoma e della mitofagia. Anche gli studi autoptici hanno collegato indici clinici e neuropatologici di gravità (MMSE, CDR, stadi di Braak) a una maggiore espressione di marcatori gliali/microgliali (CD68, HLA-DR) e ferritina, con differenze regionali.
Nel complesso, PREV-ITA-DEM propone un messaggio clinicamente operativo: la prevenzione e la gestione del rischio non si esauriscono nella dimensione vascolare e non sono confinabili alla fase preclinica, ma vanno integrate lungo il continuum MCI-demenza includendo diabete, depressione, sonno, consumo di alcol e fumo, oltre a determinanti di riserva cognitiva e sensorialità. La prospettiva è rafforzare strumenti di stratificazione individuale e collegare profili di rischio a biomarcatori infiammatori e di disfunzione mitocondriale/lisosomiale, per identificare sottogruppi su cui intervenire precocemente e misurare l’effetto sul ritardo dell’esordio clinico e sulla progressione.





