
In futuro, un robot potrebbe sollevare delicatamente una persona anziana dal letto al mattino e aiutarla a vestirsi. Inizia così un recente articolo pubblicato su Scientific American, che guarda a un futuro prossimo in cui gli assistenti robotici domestici entreranno nella vita quotidiana.
Questo scenario trova un possibile riscontro anche in ambito clinico. L’integrazione di robot sociali e dell’intelligenza artificiale integrata (embodied AI) nelle cure neurologiche potrebbe infatti trasformare il modo in cui le persone con disabilità cognitive e affettive affrontano la malattia, offrendo non solo soluzioni tecnologiche ma anche strumenti per migliorare il benessere fisico e il coinvolgimento emotivo.
Secondo un’analisi pubblicata su NeurologyLive, che esplora le prospettive e le criticità dell’impiego di sistemi robotici interattivi nella pratica neurologica, la maggior parte di noi interagisce già con forme di intelligenza artificiale “disincarnata” attraverso smartphone e altoparlanti intelligenti. Per molti pazienti neurologici, tuttavia, questo tipo di interazione può non essere sufficiente. I compagni incarnati, quelli con cui si può interagire e che possono essere abbracciati, attivano infatti percorsi neurali e comportamentali differenti, legati al tocco affettivo, all’integrazione multisensoriale e alla memoria procedurale.
Un esempio emblematico riguarda i pazienti con malattia di Alzheimer. Anche chi non ricorda più alcuni nomi o volti può conservare la capacità istintiva di abbracciare un oggetto in grado di rispondere alla voce, e questo può avere un impatto sorprendentemente potente. Nel tempo, il sistema apprende elementi della storia personale del paziente, stimola ricordi e sostiene una conversazione, generando al contempo informazioni strutturate su umore, coinvolgimento e registrando possibili cambiamenti cognitivi nel paziente che possono essere condivise – previo consenso – con familiari e clinici.
Nei primi progetti pilota condotti su persone con demenza, gli operatori hanno osservato una riduzione dell’agitazione serale, una maggiore spontaneità nel racconto di episodi di vita e, soprattutto, la comparsa di momenti di gioia assenti da anni (1). Queste osservazioni sono in linea con studi quantitativi condotti in Giappone e in Europa, che documentano un miglioramento degli stati affettivi e delle risposte emotive associato all’uso di robot sociali nei contesti di cura della demenza (2).
Il ruolo della neurologia
Per i neurologi, la questione non è se i robot entreranno nella pratica clinica, ma in che modo possano essere utilizzati in modo responsabile. Un compagno dotato di intelligenza artificiale non può sostituire la famiglia, i terapisti o un team multidisciplinare, ma può rappresentare un supporto in alcuni ambiti specifici.
Nella demenza, i robot sociali possono offrire un coinvolgimento strutturato durante la giornata, contribuire alla riduzione dei sintomi comportamentali e psicologici e permettere alle famiglie di “estendere” la propria presenza tra una visita e l’altra. Nei disturbi dell’umore post-ictus e nella malattia di Parkinson, condizioni come apatia, depressione e ritiro sociale sono frequenti e spesso sottotrattate: un robot può favorire il dialogo, l’attività motoria e l’aderenza a esercizi e terapie. Nel monitoraggio remoto, infine, i dati conversazionali — se raccolti con adeguate garanzie di sicurezza — possono segnalare cambiamenti nella fluidità del linguaggio, nei contenuti o nell’affettività, suggerendo delirio, progressione di malattia o disturbi emergenti e consentendo un intervento precoce.
Gli autori sottolineano la necessità di un’implementazione etica e trasparente. I robot sociali non devono sostituire i caregiver umani o i team clinici, ma essere impiegati come supporto integrativo, con piena consapevolezza dei limiti tecnologici e dei potenziali bias dei sistemi di AI. La definizione di standard clinici, protocolli di valutazione e trial rigorosi è considerata cruciale per stabilire se e come queste tecnologie possano entrare nella pratica neurologica quotidiana.
Il dibattito è già aperto. AMA Journal of Ethics ha sollevato la questione del ruolo dell’intelligenza artificiale nella promozione delle relazioni sociali tra gli anziani, richiamando l’attenzione su trasparenza, consenso e rischio di inganno (3). In questo contesto, i neurologi sono chiamati a svolgere un ruolo guida, spiegando con chiarezza a pazienti e famiglie cosa questi sistemi possono e non possono fare, evitando l’antropomorfizzazione e vigilando affinché gli interessi commerciali non favoriscano un uso inappropriato di tali strumenti nelle popolazioni più vulnerabili.
Bibliografia
1. Shah NK. Guest column: Social robotics emerges as breakthrough in senior care. News. WRAL TechWire. November 24, 2025. Accessed December 12, 2025. https://www.wral.com/business/technology/social-robotics-breakthrough-senior-care-november-2025/
2. Otaka E, Osawa A, Kato K, et al. Positive Emotional Responses to Socially Assistive Robots in People With Dementia: Pilot Study. JMIR Aging. 2024;7:e52443. Published 2024 Apr 11. doi:10.2196/52443
3. Portacolone E, Feddoes DE. Should Artificial Intelligence Play a Role in Cultivating Social Connections Among Older Adults?. AMA J Ethics. 2023;25(11):E818-E824. Published 2023 Nov 1. doi:10.1001/amajethics.2023.818





