
Per gli anziani affrontare i disturbi della vista potrebbe contribuire alla prevenzione della demenza: nella popolazione con più di 71 anni quasi un caso su cinque sarebbe legato a tali problemi.
Pur non avendo ancora dimostrato una relazione causale, i ricercatori coinvolti in uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology hanno valutato che l’inserimento di misure oggettive nella valutazione dei disturbi della vista, tra cui la sensibilità al contrasto e l’acuità visiva, potrebbe servire a limitare l’incidenza della demenza nella popolazione anziana (1).
Ad agosto, in occasione dell’ultima Alzheimer’s Association International Conference (AAIC 2024) la Lancet Commission on dementia aveva aggiornato l’elenco dei fattori di rischio, aggiungendo il colesterolo LDL elevato e la perdita della vista non trattata alla precedente lista del 2020. Secondo alcuni medici i disturbi della vista potrebbero avere sulla demenza un impatto simile a quello che ha la perdita di udito: aumento dell’isolamento sociale e della solitudine; aumento del carico cognitivo dovuto a una cattiva codifica sensoriale; neurodegenerazione e riorganizzazione corticale dovute alla deprivazione sensoriale.
I ricercatori hanno classificato la demenza utilizzando l’algoritmo standardizzato sviluppato nell’ambito del National Health and Aging Trends Study (NHATS). NHATS, iniziato nel 2011 e tutt’ora in corso, è uno studio longitudinale, rappresentativo a livello nazionale, i cui partecipanti sono stati selezionati tra i beneficiari Medicare di età pari o superiore a 65 anni negli Stati Uniti. Secondo i medici coinvolti, lo studio ha il merito di collezionare dati da visite a domicilio, permettendo di non escludere i pazienti anziani isolati e con disabilità motorie, e di aggiornare il campione della popolazione per mantenerlo rappresentativo, come avvenuto nel 2015 e nel 2023. Per questo studio, tra i partecipanti al NHATS sono stati selezionati 1.571 pazienti di età superiore a 71 anni, il 55% di sesso femminile, a maggioranza (82%) di etnia caucasica.
Come valutazione dell’incidenza dei disturbi visivi sul rischio di decadimento cognitivo, i ricercatori hanno quantificato la population attributable fraction (PAF), definita come il limite superiore di demenza attribuibile ai disturbi della vista assumendo una relazione di causalità tra le due variabili. Il PAF di demenza derivante dalla presenza di almeno un disturbo della vista è stata del 19,0% (95%CI, 8,2-29,7). Questo indicatore è stato largamente usato in diversi lavori, ma i medici coinvolti in questo studio hanno messo in guardia rispetto a una possibile sottostima dei PAFs reali, valutati in passato tra il 2% e il 4%, a causa di una definizione non soddisfacente di disturbi della vista (visual impairment). In questo studio i PAFs sono stati calcolati considerando tre tipi di disturbi: acuità visiva da vicino (near visual acuity), acuità visiva da lontano (distance visual acuity) e compromissione della sensibilità al contrasto (contrast sensitivity impairment). Il disturbo della vista è presente se il paziente soffre di almeno una tra queste tre condizioni.
La presenza di almeno una tra queste compromissioni visive è stata del 32,2% (95% CI, 9,7-34,6). Rispetto a coloro che non ne avevano alcuna, i soggetti con almeno una compromissione visiva erano in media più anziani, di etnia afroamericana non ispanica e con un livello di istruzione considerato basso. Tra i soggetti con almeno un disturbo della vista, i disturbi dell’acuità da vicino (65,3%; 95% CI, 60,9-69,7) e della sensibilità al contrasto (63,1%; 95% CI, 59,0-67,3) erano due volte più diffusi dei disturbi dell’acuità da lontano (30,1%; 95% CI, 26,0-34,3).
L’alterazione associata al più forte PAF di demenza è stata la sensibilità al contrasto (sensibilità al contrasto, 15,0%; 95%CI, 6,6-23,6; acuità per vicino, 9,7%; 95%CI, 2,6-17,0; acuità per lontano, 4,9%; 95% CI, 0,1-9,9). I PAF per la demenza dovuta a qualsiasi alterazione dell’acuità visiva sono stati elevati (11,6%; 95%CI, 3,7-19,7), anche se inferiori a quelli della sensibilità al contrasto.
Gli autori dello studio hanno riconosciuto alcune limitazioni, come la quasi assenza di rappresentanti delle etnie diverse da quella caucasica nel campione di pazienti preso in esame. Questo aspetto ha precluso la quantificazione dei PAF per le etnie sottorappresentate.
In conclusione, i risultati di questo studio forniscono nuove evidenze che potrebbero informare gli organi responsabili delle politiche di salute pubblica e contribuire a definire le strategie di prevenzione primaria nell’ambito della demenza. Le patologie neurodegenerative non sono però le uniche condizioni neurologiche in cui i disturbi riguardanti la vista potrebbero giocare un ruolo importante in termini di prevenzione. Di recente, ad esempio, l’Associazione A.L.I.Ce Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha sottolineato in un comunicato come la visione offuscata, doppia o una improvvisa cecità in uno o entrambi gli occhi possono essere sintomi meno conosciuti rispetto alla paralisi e alla difficoltà di parlare, di un possibile ictus in corso.
“Il rischio ictus può essere ridotto seguendo alcuni semplici consigli, come smettere di fumare; ridurre ipertensione e colesterolo attraverso una dieta sana; perdere peso in eccesso; limitare l’uso di alcolici; fare una regolare attività fisica fin da bambini. assumere i farmaci e sottoporsi agli esami prescritti e indicati dal proprio medico” ha detto Andrea Vianello di A.L.I.Ce. Italia odv.
Bibliografia
1. Smith JR, Huang AR, Zhou Y, et al. Vision impairment and the Population Attributable Fraction of dementia in older adults. JAMA Ophthalmol.





